la stampa d’arte
Collezione
Peruzzi
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La
stampa d’arte contemporanea
Chiara
Giorgetti
L’arte contemporanea tende sempre più a
privilegiare la stampa come proprio mezzo d’elezione: la progressiva perdita
d’importanza dell’unicità come caratteristica dell’opera d’arte a favore
della riproducibilità è favorita dai nuovi media. Mentre l’interesse e la
conoscenza delle stampe antiche sono promossi da importanti pubblicazioni e
grandi mostre che illustrano interi periodi storici, scendendo nel dettaglio
delle tecniche, dei movimenti, di figure artistiche anche marginali la stessa
attenzione non viene riservata alla stampa degli ultimi 40 anni, fanno
eccezione poche pubblicazioni, non esaustive, e rari eventi espositivi. Nelle
introduzioni ai cataloghi delle mostre o nei saggi e manuali si descrive la
stampa d’arte come un’arte misteriosa, sconosciuta, di difficile
comprensione, un’operatività da alchimisti che necessita di chiavi di lettura
per essere svelata. Un linguaggio ricco di aggettivi e avverbi che rivela
l’attitudine verso un modo di operare scollegato dalle problematiche
contemporanee del fare arte. Se tutto questo è tollerabile quando ci si
riferisce ad artisti del passato è fuorviante se ci si riferisce al lavoro
degli artisti che oggi lavorano con la stampa. La maggior parte dei
periodici e riviste si occupano di stampa come una specie di filatelia fuori
formato, focalizzando l’attenzione unicamente su prezzi d’asta e altre
questioni inerenti al mercato tutto questo nonostante il fatto che, come
dice Tallman, non solo i migliori artisti
del nostro tempo si occupano di stampa ma i migliori lavori sono proprio
stampe (1). Il libro di
Susan Tallman The Contemporary Print: from Pre-Pop to Postmodern,
fornisce una storia recente della stampa d’arte colmando questa lacuna nel
panorama editoriale internazionale. Tallman
analizza le problematiche degli artisti dagli anni ’50 fino alla fine degli
anni ’90 partendo dalle origini delle Universal Limited Art Editions (2) di New York, uno dei
maggiori editori di stampa e libri d’artista con cui hanno collaborato
artisti come Helen Frankenthaler, Larry Rivers, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Jim Dine,
James Rosenquist e attualmente collaborano tra gli altri Jane Hammond e
Kiki Smith. Nel libro sono esaminate le diverse realtà artistiche nel
dopoguerra in Europa e in America: gli esperimenti di Johns e Rauschenberg,
il Pop, il Minimalismo, dalla ricerca degli effetti pittorici nell’incisione
e nella litografia fino all’esplosione della fotografia. La trattazione pone
l’accento soprattutto sul significato delle immagini, oltre ad illustrare gli
artisti, le idee, le tecniche, ma evita l’errore di circoscrivere il discorso
all’aspetto squisitamente formale. Perché preoccuparsi di sostenere
una maniera arcaica e tecnicamente complicata di produrre immagini? Ci sono
segni inequivocabili per distinguere una stampa da un disegno o una
fotografia quando li guardiamo? (3) La risposta alla domanda posta dalla Tallman ci porta al nodo della questione, come fa notare
Kevin Haas, al di là dell’attuale grammatica del processo in che modo le
immagini rimangono un importante mezzo di comunicazione. Si tratta di
sostenere delle tecniche intricate ed esoteriche o piuttosto di fornire
gli strumenti per produrre immagini rivolte all’intelligenza, alla
comunicazione, alla molteplicità? (4) L’avvento
delle nuove tecnologie e il diffondersi di computer e stampanti a prezzi
contenuti ha fatto sì che gli artisti abbiano cominciato a nutrire un nuovo
interesse nella produzione di stampe e avviato un cambiamento. La stampa
d’arte si trova ad un punto cruciale di trasformazione e la necessità di un
confronto con la realtà per partecipare al dibattito contemporaneo è
un’esigenza imprescindibile. La ricerca di nuovi mezzi di espressione visiva
attraverso la combinazione di tecnologie, metodi e forme è parte del fare
arte già dalla scoperta della fotografia, dagli anni ’90 sono offerte
agli artisti possibilità senza precedenti per creare, combinare, redigere,
moltiplicare e diffondere le proprie immagini ed è evidente, come con l’avvicinarsi
alla fine del secolo la stampa si presenta come uno strano ibrido...
accostando problematicamente pratiche moderne e postmoderne (5). Questo
ha creato, come fa notare Paul Coldwell, direttore
del progetto The Digital Surface within
Fine Art Practice, una
netta demarcazione tra le nuove e le vecchie tecnologie, talvolta
sottintendendo per nuove tecnologie nuove idee e vecchi metodi per
artigianato ormai anacronistico (6). I risultati del progetto, nato da una collaborazione tra la Tate Britain, il London
Institute, il National College of Art and Design di Dublino e l’Università di
Arte e Design di Helsinki, sono stati esposti durante un
simposio organizzato alla Tate Britain nel giugno 2003. Per tradizione gli
artisti hanno lavorato considerando la superficie uno dei principali veicoli
di significato, un segno applicato alla superficie, che sia pittura su tela,
inchiostro su carta, o stampa serigrafica su alluminio, assurge a valore
rivelando le intenzioni dell’artista. Il supporto ha sempre offerto
molteplici possibilità sia per le caratteristiche propriamente fisiche che
per quelle legate al significato, il materiale asettico e freddo dei
minimalisti, quello ricco di materia e modulazioni nell’arte informale.
L’attenzione è stata posta sull’impatto della superficie digitale all’interno
della pratica artistica attuale, sulle nuove problematiche derivanti
dall’uso delle tecnologie digitali che investono in un’analisi trasversale
tutte le discipline: la pittura, la scultura, l’installazione, il video e la
stampa d’arte. Si può obiettare che queste sono questioni dibattute
esclusivamente in ambito accademico dal momento che nel contesto
gallerie-mostre si discute sul soggetto del lavoro e non su come l’uso della
tecnologia ridefinisca una disciplina, ma del resto spesso sono proprio
le accademie i luoghi di studio ed esperienza all’interno delle quali si
formano studenti-artisti per mezzo di un percorso pratico e teorico.
L’introduzione delle postazioni per computer nei laboratori di incisione e
stampa delle accademie ha fatto sì che si confrontassero per la prima volta
due mondi apparentemente distanti e inconciliabili, e proprio l’avvento delle
nuove tecnologie nella stampa sta ridando nuova linfa anche ai media
tradizionali, per ragioni di vario genere anche gli incisori cercano
di combinare il vecchio e il nuovo per creare le cosiddette stampe ibride
(7). Strumenti come lo scanner, la fotocamera digitale, la
tavoletta grafica e l’utilizzo di programmi di grafica per il fotoritocco o
per il disegno vettoriale, oltre a velocizzare alcune fasi di lavoro possono
suggerire interventi ed elaborazioni per la resa finale permettendo la
coesistenza del disegno con l’immagine fotografica. Con Adobe Photoshop, il
software più usato dai grafici, si possono importare immagini precedentemente
create, rielaborarle, sovrapporle ad altre, modificando in parte o
completamente le forme, visualizzarle con differenti colori e/o qualità grafiche,
scomporre l’immagine finale nei canali di colore, sia in RGB
che CYMK per la realizzazione dei telai serigrafici
o delle matrici metalliche. Se la stampa fotomeccanica è di gran lunga la più
emblematica dell'arte del 20° secolo, nel 21° secolo le tecnologie digitali e
il rapido sviluppo di tecniche per la stampa atossiche hanno ampliato il
campo della stampa favorendo un diverso approccio al lavoro. Le metodiche
atossiche, sviluppate da numerosi ricercatori in Canada, negli Stati Uniti,
in Francia e Olanda, con la sostituzione di gran parte delle sostanze dannose
per la salute: dalle vernici acido resistenti, ai mordenti, ai solventi a
base di idrocarburi fino agli inchiostri a base di acqua, hanno favorito
l’introduzione e diffusione di nuovi materiali, come ad esempio le pellicole
e le lastre a base di polimeri fotosensibili ed il silicone. Richard
Hamilton afferma nell’introduzione al catalogo della sua mostra alla galleria
Alan Cristea di Londra intitolata New Technology and Printmaking
nel 1998: un medium non necessita di isolata purezza, il mio obiettivo è
sempre stato quello di raggiungere una precisa immagine... non ci sono leggi
che vietano alla serigrafia di beneficiare di un accostamento con la
collotipia, l’off-set o altro tipo di incisione... in accordo alla mia
pratica di non porre limiti al soggetto e ai linguaggi stilistici di
espressione non vedo alcun pregio nel circoscrivere i mezzi tecnici di
realizzazione. L’immagine sarà sempre più importante della procedura con cui
è stata ottenuta (8). Per Chuck Close è stato proprio il lavoro con la
stampa a dargli continui suggerimenti per la realizzazione delle opere uniche
e una mostra itinerante negli Stati Uniti fino al 2007, Chuck Close Prints: Process and
Collaboration (9), documenta questo consistente lavoro
mettendone in evidenza la stretta connessione. Artisti affermati come
Hamilton e Close lavorano costantemente con la stampa, forzando di continuo i
limiti imposti e proprio il superamento dei confini è motivo ricorrente nei
dibattiti e simposi sulla stampa d’arte e ci induce a porci delle domande
riguardo allo statuto della stampa d'arte. Nelle prime due edizioni della Impact
Conference (10), un forum internazionale biennale per artisti,
curatori, critici, collezionisti e fornitori di materiali per la stampa
analogo al Southern Graphics Council statunitense,
la discussione è stata incentrata sull’impatto dei media tecnologici e sugli
sviluppi creativi e concettuali nella stampa. L’indagine ha messo a fuoco il
problema del come questi cambiamenti abbiano interferito con la
pratica artistica e tracciato una mappa di questa influenza sulla cultura
contemporanea. La terza conferenza, svoltasi a Cape Town nel 2003 è stata
dedicata principalmente al concetto di esplorazione, alla dissoluzione dei
confini tra stampa d’arte e altri media, alla ridefinizione di nuovi
parametri, all’isolamento e marginalizzazione culturale, tra i relatori
l’artista William Kentridge che ha osservato come la stampa sia sempre
considerata un’attività secondaria nel lavoro di un artista. Per Kentridge la
stampa è una metafora del rapporto tra il visibile e il non visibile, è il
sistema che permette di unire le cose che provengono dall’esterno con quelle
provenienti dall’intimo. Così come l’essere umano possiede una membrana
costituita dalla pelle che separa l’interno dalle minacce del mondo esterno
così, dice Kentridge, lo stampatore usa un foglio di carta per mettere
a contatto una parte del mondo con una parte di se stesso (11). Il progetto
web Exploiding Cells
(12) fu prodotto nel 1997 da Peter Halley e Charles Carrico in collaborazione con il Museum of Modern Art di New York, in occasione di una mostra
intitolata New Concepts in Printmaking 1,
prima di una serie di mostre organizzate al fine di indagare proprio i confini
della stampa d’arte tradizionale. I visitatori del sito possono selezionare e
interagire con un gran numero di immagini, alterarle, firmarle e stamparle,
creando un unico lavoro collettivo. Tutto è stato realizzato utilizzando file
digitali, ora conservati nella collezione del museo, che Halley aveva
inizialmente prodotto per generare le immagini dei wallpaper (13)
inclusi nella mostra. Occuparsi di stampa oggi è molto diverso rispetto a
venti o trent'anni fa, non soltanto perché la materia si arricchisce di nuovi
dati concreti, ma perché cambiano le "lenti cognitive", i modi di
interpretare i fatti, nello stesso tempo viene elaborato un nuovo modo di
fare arte in stampa e incisione, se in passato, particolarmente con le
tecniche d'incisione, era posta molta enfasi sulla rielaborazione tecnica
delle lastre che richiedeva ore di prove e rielaborazioni dell'immagine fino
a che non si raggiungeva un risultato soddisfacente (14) oggi si tende,
come fa notare Antonio Catelani, a interrogarsi non tanto sul come...
della tecnica ma ci poniamo delle legittime domande sul cosa… dell'arte (15).
Per usare le parole di Pierre Lévy non è la prima volta che
l’apparizione di nuove tecnologie intellettuali si accompagna a una
modificazione delle norme del sapere (16). (1) Susan Tallman The Contemporary Print: from
Pre-Pop to Postmodern, Thames & Hudson 1996 (3) Kevin Haas Prints, Images &
Technology, testo della conferenza
al Washington State University Museum of Art e al Southern Graphics
Council Conference nel 2000 (4) ibidem (5) Sue Taylor The Print in the Western World: An Introductory
History Art Journal, 1999 (6) Paul Coldwell Interrogating the Surface
, 2º Impact International Printmaking Conference 2001 (7) George Whale e Naren Barfield, Digital Printmaking , A & C
Black , Londra 2001 (8) Richard Hamilton introduzione
al catalogo New Technology and Printmaking, 1998 (9)
Il catalogo della mostra è a cura di Terrie Sultan e Richard Shiff Chuck Close Prints:Process
and Collaboration Princeton University Press (10)
Impact Conference 1999 Bristol ; 2nd Impact Printmaking International Conference 2001
Helsinki; la prossima conferenza è prevista per il 2005 a Berlino e Poznan,
in Polonia, avrà come titolo Kontakt (11) 3rd Impact Printmaking International
Conference Cape Town (12) http://www.moma.org/onlineprojects/halley/ (13)
carta stampata con il disegno dell’artista e fatta aderire alle pareti come
una carta da parati (14) Keith Howard 'Non-Toxic' Printmaking
Resistance/Renaissance, 2002 (15)
Antonio Catelani Matrix relazione presentata al convegno La grafica
d'arte e l'arte contemporanea, Calenzano 2002 (16) Pierre Lévy Les technologies de
l’intelligence, Editions La Découverte, Parigi
1990 |
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